affrontare la depressioneE’ UNA del­le malat­tie più dif­fu­se e dif­fi­ci­li da scon­fig­ge­re. Ma si può cer­ca­re di affron­ta­re la depres­sio­ne con un approc­cio mul­ti­di­sci­pli­na­re e un lavo­ro di squa­dra che coin­vol­ga spe­cia­li­sti e medi­ci di fami­glia, pazien­ti e fami­lia­ri. Le rego­le le ha det­ta­te Clau­dio Men­cac­ci, pre­si­den­te Sip, socie­tà ita­lia­na di psi­chia­tria, nel cor­so di un con­ve­gno a Mila­no dedi­ca­to appun­to alla depres­sio­ne.

  1. Arri­va­re pri­ma alla dia­gno­si. Il tem­po medio è cir­ca 2 anni, dai pri­mi sin­to­mi fino alla malat­tia con­cla­ma­ta e all’i­ni­zio del­le tera­pie. Due anni pri­ma di ricor­re­re a un medi­co, con le con­se­guen­ze che si pos­so­no imma­gi­na­re in ter­mi­ni di effi­ca­cia del­la cura e recu­pe­ro. Le don­ne sono col­pi­te dal­la malat­tia il dop­pio degli uomi­ni
  2. Miglio­ra­re la for­ma­zio­ne dei medi­ci. Non solo degli spe­cia­li­sti, ma anche di medi­ci di medi­ci­na gene­ra­le, pedia­tri, gine­co­lo­gi, geria­tri, dia­be­to­lo­gi, car­dio­lo­gi, pneu­mo­lo­gi e di ogni altra spe­cia­li­tà medi­ca che potreb­be inte­ra­gi­re effi­ca­ce­men­te con pazien­ti affet­ti da distur­bi e malat­tie men­ta­li
  3. Infor­ma­re e infor­mar­si. Cam­pa­gne di infor­ma­zio­ne e sen­si­bi­liz­za­zio­ne per la popo­la­zio­ne gene­ra­le. La miglio­re cono­scen­za por­ta a pren­de­re coscien­za e a chie­de­re l’a­iu­to di un medi­co e/o di uno spe­cia­li­sta. La con­di­vi­sio­ne del pro­ble­ma, tipi­ca­men­te fem­mi­ni­le, con­sen­te di amplia­re il mes­sag­gio.
  4. Inter­cet­ta­re e pre­ve­ni­re lo stig­ma. Biso­gna iden­ti­fi­ca­re con­te­sti e situa­zio­ni in cui potreb­be esi­ste­re una dif­fi­col­tà a par­la­re del pro­prio pro­ble­ma. Stu­di recen­ti han­no evi­den­zia­to ad esem­pio che don­ne resi­den­ti in pic­co­li cen­tri non solo han­no meno epi­so­di depres­si­vi, ma impie­ga­no anche meno tem­po a deci­de­re di rivol­ger­si al medi­co e/o allo spe­cia­li­sta.
  5. Curar­si bene. Non solo acces­so alle cure, ma tera­pie secon­do le moda­li­tà indi­ca­te dal medi­co di medi­ci­na gene­ra­le e/o, lad­do­ve neces­sa­rio, dal medi­co spe­cia­li­sta e in par­ti­co­la­re dal­lo psi­chia­tra, in fun­zio­ne dei diver­si biso­gni o del­la gra­vi­tà del­la pato­lo­gia.
  6. Non inter­rom­pe­re mai le cure. “Il ‘fai da te’ non è ammes­so in nes­sun per­cor­so tera­peu­ti­co — ammo­ni­sce la Sip — spe­cie nel­le malat­tie o nei distur­bi men­ta­li in cui rica­du­ta, nuo­vi epi­so­di, ria­cu­tiz­za­zio­ne del­le mani­fe­sta­zio­ni o rie­spo­si­zio­ne a fat­to­ri di rischio sono spes­so fre­quen­ti”
  7. Segui­re uno sti­le di vita sano. Dal­la cor­ret­ta ali­men­ta­zio­ne (evi­tan­do ali­men­ti con com­po­nen­ti ecci­tan­ti), alla cor­re­zio­ne di alcu­ni com­por­ta­men­ti (azze­ran­do il con­su­mo di alcool e dro­ghe che han­no impor­tan­ti effet­ti sul siste­ma ner­vo­so cen­tra­le e sul­le fun­zio­ni men­ta­li), alla pra­ti­ca rego­la­re di atti­vi­tà fisi­ca (alme­no 40–60 minu­ti di movi­men­to per 3–4 vol­te a set­ti­ma­na), fino a limi­ta­re una vita impe­gna­ta su trop­pi fron­ti, come nel caso del­la don­na pro­fes­sio­ni­sta, madre di fami­glia, com­pa­gna di vita, e con più occu­pa­zio­ni ugual­men­te impe­gna­ti­ve, emo­ti­va­men­te e men­tal­men­te coin­vol­gen­ti e sti­mo­lan­ti.
  8. Pre­sta­re atten­zio­ne ai segna­li d’allarme. Non sol­tan­to la per­di­ta di inte­res­se e/o di pia­ce­re per le cose nor­ma­li (vita pro­fes­sio­na­le, socia­le o di rela­zio­ne), ma anche agli aspet­ti cogni­ti­vi. Atten­ti ai cali di con­cen­tra­zio­ne, atten­zio­ne e memo­ria di lavo­ro, e ad altri segna­li spes­so tra­scu­ra­ti come la ten­den­za a pro­cra­sti­na­re una deci­sio­ne o l’in­ca­pa­ci­tà di attua­re stra­te­gie di ‘pro­blem sol­ving’, in con­te­sti sia bana­li sia più com­ples­si.
  9. Non tra­scu­ra­re qua­li­tà e quan­ti­tà del son­no. “Un son­no bre­ve e distur­ba­to — ricor­da­no gli spe­cia­li­sti del­la Sip — può rap­pre­sen­ta­re un impor­tan­te fat­to­re di rischio per la com­par­sa e il per­du­ra­re di pro­ble­mi depres­si­vi. L’a­dat­ta­men­to al cam­bio di fuso ora­rio, spes­so indot­to dal­la velo­ci­tà di spo­sta­men­to in tem­pi mol­to bre­vi (anda­ta e ritor­no da un viag­gio inter­con­ti­nen­ta­le), o l’e­spo­si­zio­ne a con­te­sti che richie­do­no una rapi­da fles­si­bi­li­tà men­ta­le, pos­so­no influi­re sul son­no che a sua vol­ta inte­ra­gi­sce con il cor­ret­to svi­lup­po e la matu­ra­zio­ne cere­bra­le non solo degli ado­le­scen­ti, ma anche dei gio­va­ni adul­ti. Diver­si stu­di scien­ti­fi­ci han­no dimo­stra­to una stret­ta rela­zio­ne fra depres­sio­ne, scar­si­tà di son­no e atti­va­zio­ne di feno­me­ni infiam­ma­to­ri che sono alla base del­la com­par­sa di dif­fe­ren­ti pato­lo­gie tra cui dia­be­te, iper­ten­sio­ne e la stes­sa depres­sio­ne”
  10. Con­fi­dar­si e par­lar­ne, infor­ma­re le per­so­ne care. Nel per­cor­so di recu­pe­ro da uno sta­to depres­si­vo, che oltre alle cure medi­che pre­ve­de quel­le psi­co­te­ra­pi­che, è fon­da­men­ta­le ave­re accan­to “un ambien­te fami­lia­re acco­glien­te, com­pren­si­vo, poco giu­di­can­te, che non sti­mo­li sen­ti­men­ti di ver­go­gna, ma che sosten­ga in tut­te le fasi del­la malat­tia. Un’at­ten­zio­ne che va riser­va­ta mag­gior­men­te alla don­na — con­clu­do­no gli esper­ti — più espo­sta non solo allo svi­lup­po di pato­lo­gie cro­ni­che (com­pli­ce la più lun­ga dura­ta del­la vita), ma anche a un mag­gio­ri deca­di­men­to cogni­ti­vo qua­le impor­tan­te effet­to col­la­te­ra­le dei distur­bi depres­si­vi”.
fonte: repubblica.it