ansia_2013

La ricer­ca del Van­der­bilt Insti­tu­te of Che­mi­cal Bio­lo­gy sui topi di labo­ra­to­rio. Gli stu­di cli­ni­ci sul­l’uo­mo potreb­be­ro apri­re la via alla crea­zio­ne di un inno­va­ti­vo far­ma­co con­tro i distur­bi del­l’u­mo­re.

NEW YORK - E’ sta­ta sco­per­ta una nuo­va poten­zia­le stra­te­gia per trat­ta­re l’an­sia. Pun­ta sugli ini­bi­to­ri modi­fi­ca­ti chi­mi­ca­men­te del­l’en­zi­ma COX‑2, capa­ci di atti­va­re endo­can­na­bi­noi­di natu­ra­li nei topi, sen­za effet­ti col­la­te­ra­li gastroin­te­sti­na­li. Gli endo­can­na­bi­noi­di sono mole­co­le natu­ra­li di segna­la­zio­ne che atti­va­no i recet­to­ri dei can­na­bi­noi­di nel cer­vel­lo, gli stes­si sti­mo­la­ti dal­la mari­jua­na, pre­sen­ti anche nel siste­ma gastroin­te­sti­na­le e in altre par­ti del cor­po e cono­sciu­ti per svol­ge­re un ruo­lo impor­tan­te nel­la modu­la­zio­ne del­lo stress e del­l’an­sia.

Gli ini­bi­to­ri “sub­stra­to-selet­ti­vi” sono sta­ti svi­lup­pa­ti da un team di ricer­ca­to­ri coor­di­na­to da Law­ren­ce Mar­nett del Van­der­bilt Insti­tu­te of Che­mi­cal Bio­lo­gy e rie­sco­no ad aumen­ta­re i livel­li degli endo­can­na­bi­noi­di, sen­za effet­ti col­la­te­ra­li non solo gastroin­te­sti­na­li, ma anche car­dio­va­sco­la­ri. Gli stu­di cli­ni­ci sul­l’uo­mo dovreb­be­ro ini­zia­re nei pros­si­mi anni e potreb­be­ro apri­re la via alla crea­zio­ne di un inno­va­ti­vo far­ma­co con­tro i distur­bi del­l’u­mo­re e gli sta­ti ansio­si. L’in­da­gi­ne è sta­ta descrit­ta su Natu­re Neu­ro­scien­ce.

Se que­sti gli ini­bi­to­ri fun­zio­ne­ran­no anche sugli esse­ri uma­ni, sen­za effet­ti col­la­te­ra­li, potreb­be­ro apri­re la stra­da a nuo­ve cure per il trat­ta­men­to dei distur­bi del­l’u­mo­re e d’an­sia. ” A que­sto pun­to abbia­mo aper­to una por­ta che ci apre nuo­vi cam­pi di ricer­ca  — spie­ga Sachin Patel, pro­fes­so­re di Psi­chia­tria e di Fisio­lo­giae Bio­fi­si­ca Mole­co­la­re — Per ora abbia­mo appe­na scal­fi­to la super­fi­cie di que­sto set­to­re di ricer­ca”.

“Noi pen­sa­va­mo di sape­re tut­to quel­lo che c’e­ra da sape­re sugli ini­bi­to­ri modi­fi­ca­ti chi­mi­ca­men­te del­l’en­zi­ma COX‑2, — ha spie­ga­to Law­ren­ce Mar­nett, diret­to­re del Van­der­bilt Insti­tu­te of Che­mi­cal Bio­lo­gy e coau­to­re del­lo stu­dio — .Ora l’ap­proc­cio uti­liz­za­to dal team di Van­der­bilt è un modo mol­to poten­te per aiu­ta­re a pro­get­ta­re la pros­si­ma gene­ra­zio­ne di far­ma­ci. Nei pros­si­mi anni ini­zie­re­mo a lavo­ra­re su que­sti medi­ci­na­li”.

da “Repubblica.it