Disturbi dell’umore raccontato al cinema

Disturbi dell’umore: Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit) è un film del 2disturbi dell'umore014 scritto, diretto e prodotto dai fratelli Dardenne con protagonista Marion Cotillard. La pellicola ha partecipato in concorso alla 67ma edizione del Festival di Cannes ed è nelle nostre sale dal 13 Novembre 2014.

 

Narra di Sandra, dipendente di una piccola azienda di pannelli solari, che vorrebbe tornare al proprio lavoro dopo un lungo periodo di assenza in cui si è curata da una non meglio descritta antecedente depressione. Il proprietario della fabbrica, che nel frattempo ha riorganizzato il processo senza di lei, distribuendo il lavoro tra gli altri dipendenti, propone loro di scegliere tra il licenziamento di Sandra e un bonus di 1000 euro a testa.

La prima votazione è ampiamente a favore del bonus. Sandra si ritrova senza lavoro ma Juliette, sua amica, ottiene che il referendum – influenzato dalle pressioni del capo stabilimento, contrario al rientro di Sandra – venga ripetuto il Lunedi mattina. Ora Sandra ha due giorni e una notte per fare campagna a favore del proprio posto di lavoro. Dovrà convincere la maggioranza dei suoi colleghi a cambiare idea.

Orbene ci sono vari elementi nel film che farebbero verosimilmente propendere (ammesso che si voglia tentare l’approccio diagnostico categoriale) per una diagnosi di depressione atipica o reattiva.

Con il termine “depressione atipica” si intende un particolare sottotipo di disturbo dell’umore, caratterizzato essenzialmente da depressione con umore reattivo (in pratica l’umore “migliora se capita qualcosa di buono, peggiora se capita qualcosa di negativo”; questo non succede nelle altre forme di depressione dove l’umore è “stabilmente giù” e non reagisce agli stimoli e agli eventi stressanti esterni).

Altri sintomi sono: iperfagia, ipersonnia ed astenia; spesso la sintomatologia depressiva si accompagna ad ansia rilevante (quasi tutti questi sintomi caratterizzano la situazione della protagonista più o meno esplicitamente). C’è di solito peggioramento serale, il contrario di ciò che accade nella depressione maggiore endogena, in cui le persone riferiscono quasi sempre di sentirsi “peggio al mattino”

Poiché in questo tipo di sindrome come detto la persona “risente degli eventi esterni”, ritengo utile ricordare il  noto modello per spiegare l’origine del malessere psichico che viene chiamato “la teoria vulnerabilità-stress-appraisal-coping”. Questo modello rappresenta una via di uscita nel dibattito serrato fra teorie psicosociali (che ignorano o sottostimano l’importanza dei fattori biologici) e teorie biologiche (che ignorano o sottostimano l’importanza dei fattori psicologici o sociali).

La vulnerabilità va intesa come una predisposizione congenita, in parte ereditaria e in parte acquisita, probabilmente associata ad anomalie del metabolismo di alcuni neurotrasmettitori; tale predisposizione interagisce con fattori psicologici. Questo determina una specifica soglia di vulnerabilità di base per ciascuno di noi, che se superata in seguito ad eventi stressanti, dà origine all’episodio di malessere o ad una conclamata sindrome psichiatrica.

Lo stress contribuisce in modo rilevante allo sviluppo di condizioni patologiche, fisiche e psicosociali, negli esseri umani. “Str” è un prefisso che suggerisce esercizio di pressione: il greco “strangalizein” e il suo derivato inglese e sinonimo “to strangle” (strangolare), analogamente al latino “stringere” (stringere), hanno le loro origini in un passato molto lontano.

Sono identificabili due tipologie di stress: lo stress quotidiano e quello legato ad eventi improvvisi. Lo stress quotidiano è quello collegato agli abituali eventi di vita familiare, sociale e lavorativa. Lo stress legato ad eventi acuti ed improvvisi è stato associato all’insorgere di vari disturbi psichiatrici, quali appunto la depressione, la schizofrenia, la mania, e i disturbi post-traumatici.

Quindi l’interazione tra stressors che disturbano l’omeostasi e le risposte adottive (coping) attivate dell’organismo (inteso in senso psico-fisico) può avere di massima tre esiti possibili. Primo, la partita può essere “vinta”; secondo, la risposta adattiva può essere inappropriata (ad esempio inadeguata, eccessiva e/o prolungata) e l’organismo “soccombe manifestando sintomi di malessere”; terzo, l’organismo trae da questa esperienza una nuova, migliore capacità omeopatica.

Il coping, inteso come l’insieme di strategie mentali e comportamentali (come decidiamo di giocare la partita) che sono messe in atto per fronteggiare una certa situazione, è stato tradizionalmente considerato come una caratteristica piuttosto stabile di personalità. In seguito le modalità di coping sono state analizzate come reazioni flessibili e mutevoli a eventi di vita quotidiana stressanti.

Gli orientamenti più recenti considerano il coping come un processo che nasce da interazioni che superano o sfidano le risorse di un soggetto e che è formato da molteplici componenti, quali la valutazione cognitiva (appraisal) degli eventi, le reazioni di disagio, le risorse personali e sociali, etc. (esempio mirabile di “risorsa sociale” nel film: il supporto resiliente del marito di Sandra e l’atteggiamento di alcuni suoi colleghi).

Il modello della bilancia ad esempio distingue tra interno (individuo) ed esterno (contesto) e tra richieste e risorse, e individua i seguenti fattori:

  • le “richieste esterne”: in generale, le domande del contesto, la pressione ambientale;
  • le “risorse interne”: le risorse dell’individuo, le capacità e abilità personali;
  • le “richieste interne”: i bisogni e le aspettative della persona;
  • le “risorse esterne”: i supporti esterni di varia natura. L’appraisal invece è la personale attribuzione di significato agli eventi e la percezione della propria capacità di far fronte alle conseguenze (interessante seguire le oscillazioni della protagonista in questo senso).

Dati i fattori descritti si comprende come gli obiettivi di un trattamento efficace, anche nel caso di una depressione (specialmente atipica) dovrebbero essere: innalzare la soglia di vulnerabilità, diminuire lo stress, migliorare le capacità di coping ed analizzare le attribuzioni (talora erronee) di significato.  Per evitare spoilers mi limito a dire che anche molte di queste dinamiche vengono mirabilmente descritte nel dipanarsi della trama di questo film.


INTERVISTA CON JEAN-PIERRE E LUC DARDENNE
(vari spoilers)

In quali circostanze è nato Due giorni, una notte?

Luc Dardenne: In quelle della crisi economica e sociale in cui versa attualmente l’Europa.

Erano diversi anni che riflettevamo sull’idea di un film attorno a una persona che sta per essere licenziata con il consenso della maggior parte dei suoi colleghi di lavoro.

E la storia di Due Giorni, una notte è di fatto venuta alla luce quando abbiamo immaginato Sandra e Manu, una coppia unita nell’affrontare le avversità.

Jean-Pierre Dardenne: Per noi la cosa più importante era mostrare una persona che viene esclusa perché è considerata debole, non in grado di fornire prestazioni sufficientemente elevate. Il film tesse l’elogio di una “non performante” che ritrova forza e coraggio grazie alla battaglia che decide di condurre con suo marito.

I colleghi di Sandra hanno votato a favore di una riduzione del personale e del suo licenziamento in cambio della garanzia di ricevere un bonus. Vi sono giunte voci di fatti di cronaca analoghi nel mondo del lavoro?

Jean-Pierre: Sì, più di una, anche se le circostanze non erano esattamente le stesse. Ogni giorno, in Belgio come in altri paesi, sentiamo parlare dell’ossessione per la prestazione nel lavoro e della violenta istigazione alla competizione tra i dipendenti.

Manu incita Sandra ad andare a trovare, durante un fine settimane, ciascuno dei suoi colleghi per persuaderli a riconsiderare il proprio voto consentendole di essere reintegrata all’interno dell’azienda. Riveste un ruolo cruciale.

Jean-Pierre: Manu è un po’ come il sindacalista, il “coach” di Sandra. Riesce a convincerla che esiste una possibilità, che è in grado di far cambiare idea ai suoi colleghi.

Luc: Non volevamo che Sandra apparisse come una vittima che stigmatizza e denuncia i colleghi che hanno votato contro di lei. Non è una lotta di una povera ragazza contro un branco di carogne!

Voi non giudicate nessuno dei vostri personaggi.

Luc: Gli operai di Due giorni, una notte sono messi in una posizione di concorrenza e rivalità permanenti. Non si tratta di schierare i buoni su un fronte e i cattivi sull’altro. Non ci ha mai interessato guardare il mondo in questi termini.

Jean-Pierre: Un film non è un tribunale. Ciascuno dei colleghi di Sandra ha dei validi motivi per dirle “sì” e per dirle “no”. Una cosa è certa: per nessuno di loro il premio di produzione è un lusso. Hanno tutti bisogno di quei soldi per pagare l’affitto, le bollette, eccetera.

Sandra lo capisce fin troppo bene, visto che anche lei si dibatte nelle stesse difficoltà economiche.

Con il marito e i figli, Sandra vive in una famiglia molto unita, come non ne abbiamo
viste spesso nei vostri film precedenti.

Luc: Sandra trae il suo coraggio dal rapporto che ha con il marito. Manu ama profondamente sua moglie, lotta contro la depressione di lei e l’aiuta a smettere di avere paura. All’inizio del film, Manu crede in Sandra più di quanto lei creda in se stessa.

Jean-Pierre: Anche i figli di Sandra e Manu sono coinvolti e partecipi. Aiutano i genitori a trovare gli indirizzi dei colleghi di Sandra…

Questi ultimi non contemplano neanche l’idea di scendere in sciopero o di
contrastare l’accordo proposto dal loro capo.

Jean-Pierre: Abbiamo volutamente scelto un’azienda di piccole dimensioni in cui i dipendenti non sono abbastanza numerosi per avere una rappresentanza sindacale. Se avesse raccontato una lotta contro un nemico designato, sarebbe stato un film
completamente diverso…

Detto questo, emerge in modo chiaro che l’assenza di una reazione collettiva, di una forma di lotta contro il principio alla base di questa votazione dipende anche dalla mancanza di solidarietà tipica dei giorni nostri.

Quanto tempo avete lavorato sulla sceneggiatura per arrivare a questo risultato?

Jean-Pierre: Parlavamo di questo soggetto da una decina di anni, quindi abbiamo avuto tutto il tempo per prepararci.ù

Luc: La fase della scrittura è stata piuttosto rapida. Abbiamo iniziato a costruire la sceneggiatura nell’ottobre del 2012 e l’abbiamo ultimata nel marzo del 2013. Volevamo che l’azione si sviluppasse in un arco di tempo molto breve, come indica il titolo.

Jean-Pierre: L’urgenza imposta dalla scansione temporale doveva riflettersi nel ritmo del film.

Dopo Cécile de France per Il ragazzo con la bicicletta, per Due giorni, una notte
avete scelto Marion Cotillard

Luc: Abbiamo conosciuto Marion quando abbiamo co-prodotto Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard, girato in parte in Belgio. Siamo rimasti conquistati da quell’incontro avvenuto all’uscita da un ascensore mentre lei reggeva in braccio il figlio di pochi mesi.

Mentre tornavamo a Liegi in macchina non abbiamo smesso di parlare di lei, del suo viso, del suo sguardo…

Jean-Pierre: Scegliere un’attrice così famosa ha rappresentato per noi un’ulteriore sfida.

Marion ha saputo trovare un corpo e un volto nuovi per il film.

Luc: Non ha mai desiderato mostrare le sue capacità attoriali. Nulla di quello che è riuscita a fare rientra nell’ordine della recitazione o della dimostrazione. Abbiamo lavorato in un rapporto di fiducia reciproca che ci ha permesso di tentare qualunque cosa.

Per il personaggio di Manu avete ritrovato Fabrizio Rongione, presente in molti dei vostri film precedenti.

Jean-Pierre: Sì, in Rosetta, L’enfant – Una storia d’amore, Il matrimonio di Lorna e Il ragazzo con la bicicletta. Abbiamo subito pensato a lui per il ruolo di Manu. È stato fantastico ritrovarlo.

Luc: In questo caso, il suo ruolo è cruciale poiché il film è anche il racconto della storia di Manu. Fabrizio è riuscito a dare a quest’uomo la grinta, la voglia di vita e l’entusiasmo necessari a sostenere Sandra.

Scorgiamo anche il vostro attore feticcio: Olivier Gourmet.

Luc: Nel corso di tutto il film sentiamo molto parlare del suo personaggio senza mai vederlo ed effettivamente, a un certo punto, come il cinghiale delle Ardenne, lui appare!

Come avete lavorato con tutti gli attori?

Jean-Pierre: Per un mese, abbiamo fatto con loro delle prove filmate. E prima ancora, per due mesi, Luc e io abbiamo preparato le riprese nei luoghi dove si sarebbero svolte, filmando con la nostra videocamera.

Luc: Prima di iniziare le riprese, questa fase delle prove è necessaria per trovare i ritmi e anche per creare un clima di fiducia totale con gli attori per poi riuscire ad azzardare le cose più semplici.

Jean-Pierre: Abbiamo girato in ordine cronologico. È una scelta importante sia per noi sia per gli attori.

Il percorso di Sandra è tanto fisico quanto mentale ed era fondamentale per Marion, per Fabrizio e anche per gli altri attori affrontarlo in successione temporale.

di Massimo Lanzaro

fonte: psychiatryonline.it

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