depressione

La vita come ricer­ca di benes­se­re fisi­co e inte­rio­re è segna­ta da momen­ti di ine­vi­ta­bi­le dolo­re che a vol­te squar­cia­no l’ordine del mon­do in cui si cre­de­va.
Tal­vol­ta è neces­sa­rio un aiu­to ester­no per supe­ra­re que­sti momen­ti e ritro­va­re la gio­ia di vive­re.

Sono in preda alla depressione, triste, spento.
Dove è finita la mia vita?

 

Fa così fred­do. Dov’è un cami­no? Dov’è un fuo­co? Dov’è la vita? Era qui ades­so dov’è fini­ta?
(Vivian Lamar­que)

Cia­scu­no di noi aspi­ra a vive­re la pro­pria vita con gio­ia e gra­ti­fi­ca­zio­ne, rea­liz­zan­do non solo il benes­se­re fisi­co ma soprat­tut­to quel­lo inte­rio­re. Tut­ta­via, la nostra esi­sten­za è segna­ta anche da momen­ti di ine­vi­ta­bi­le dolo­re e depres­sio­nee. La vita infat­ti com­por­ta delu­sio­ni, fati­che, per­di­te, che a vol­te squar­cia­no l’ordine del mon­do in cui si cre­de­va. Pen­sia­mo, ad esem­pio, alla mor­te di una per­so­na cara, alla fine di un amo­re, alla per­di­ta di una con­di­zio­ne esi­sten­zia­le, di un lavo­ro o di un rico­no­sci­men­to socia­le: sono tut­ti even­ti che segna­no una cri­si nel nostro equi­li­brio inte­rio­re, apro­no feri­te dolo­ro­se, tal­vol­ta ne ria­pro­no di vec­chie. C’è biso­gno di tem­po per veni­re a pat­ti con le per­di­te e per ri-accor­dar­si “den­tro”: i movi­men­ti psi­chi­ci richie­do­no gra­dua­li­tà e una cer­ta len­tez­za. In alcu­ni casi que­sti pro­ces­si pos­so­no anche inca­gliar­si e si fa fati­ca a rie­mer­ge­re da soli: la fidu­cia sem­bra affie­vo­lir­si, qua­si azze­rar­si; il dolo­re può diven­ta­re così inso­ste­ni­bi­le da spin­ge­re alla soli­tu­di­ne; ogni cosa è ral­len­ta­ta, immer­sa in un tor­po­re che avvol­ge tut­to. La per­di­ta di una per­so­na o di una con­di­zio­ne esi­sten­zia­le che offri­va sicu­rez­za e soli­di­tà può get­tar­ci in un abis­so: ci sen­tia­mo per­si in un buio sen­za fine, nell’impossibilità di ritro­va­re un con­tat­to, un affet­to, una spe­ran­za. A vol­te ciò che si sen­te per­du­to o man­can­te ha che fare con il pro­prio Sé: come se ci fos­se un pez­zo difet­to­so, qual­co­sa in meno, qual­co­sa che un tem­po c’era e ora non si tro­va più.

Sen­ti­men­ti di mor­ti­fi­ca­zio­ne, ina­de­gua­tez­za, fal­li­men­to, dispe­ra­zio­ne, col­pa pos­so­no via via offu­sca­re il pia­ce­re del­la vita. Quan­do par­lia­mo di “depres­sio­ne” non inten­dia­mo sem­pli­ce­men­te uno sta­to d’animo di tri­stez­za e dispia­ce­re (il pas­seg­ge­ro “mi sen­to giù”), ma ci rife­ria­mo ad una sof­fe­ren­za più ingom­bran­te che con­di­zio­na la pro­pria vita. Chi sof­fre di depres­sio­ne pre­sen­ta un abbas­sa­men­to nel tono dell’umore e una ridu­zio­ne del­le spin­te vita­li. Ven­go­no meno la fidu­cia nel­le pro­prie risor­se e la spe­ran­za nel futu­ro. Atti­vi­tà quo­ti­dia­ne che un tem­po era­no natu­ra­li e fon­te di pia­ce­re – come accu­di­re i figli, inve­sti­re nei rap­por­ti socia­li, lavo­ra­re – pos­so­no diven­ta­re pesan­ti e tal­vol­ta impos­si­bi­li. Il mon­do sbia­di­sce e insie­me la voglia di par­te­ci­par­vi. Tut­to sem­bra ral­len­ta­re: il pro­prio cor­po, lo scor­re­re dei pen­sie­ri e del­le paro­le, il tem­po vis­su­to. Ci si sen­te bloc­ca­ti in un eter­no pre­sen­te che non pas­sa mai. Tut­to que­sto a vol­te toglie l’appetito e ruba il son­no, gene­ra inquie­tu­di­ni e vis­su­ti di ansie­tà che non dan­no pace. Altre vol­te, la sof­fe­ren­za può masche­rar­si in un cor­po “dolen­te” (ad esem­pio, com­pa­io­no dolo­ri dif­fu­si, cefa­lee o pre­oc­cu­pa­zio­ni con­si­sten­ti rispet­to alla salu­te fisi­ca).

Que­ste mani­fe­sta­zio­ni non sono neces­sa­ria­men­te pre­sen­ti con­tem­po­ra­nea­men­te; inol­tre, l’intensità del­la depres­sio­ne può varia­re da livel­li rela­ti­va­men­te lie­vi che fan­no sof­fri­re ma non impe­di­sco­no di lavo­ra­re o di ave­re una vita rela­zio­na­le, a livel­li mol­to più inten­si che deter­mi­na­no una spac­ca­tu­ra nel­la con­ti­nui­tà del­la pro­pria vita, come se ci fos­se un pri­ma sere­no e vita­le e un dopo dove nul­la sem­bra ave­re più signi­fi­ca­to. Pos­so­no allo­ra pre­sen­tar­si sen­ti­men­ti di dispe­ra­zio­ne e pen­sie­ri di mor­te. E dun­que cosa fare? Tan­ti sono i fat­to­ri che pos­so­no dare ori­gi­ne a que­sta for­ma di sof­fe­ren­za. È impor­tan­te rico­no­scer­la e saper­si affi­da­re a vali­di pro­fes­sio­ni­sti. Un aiu­to può veni­re dai far­ma­ci, che tut­ta­via da soli non sono riso­lu­ti­vi. Per quan­to effi­ca­ci su mol­ti sin­to­mi del­la depres­sio­ne, i far­ma­ci infat­ti non agi­sco­no sui fat­to­ri pro­fon­di che por­ta­no una per­so­na a ripie­ga­re nel­la depres­sio­ne. Que­sti aspet­ti sono meglio affron­ta­bi­li con un per­cor­so di psi­co­te­ra­pia. Quest’ultima in par­ti­co­la­re può offri­re uno spa­zio di acco­glien­za e rico­no­sci­men­to dei pro­pri vis­su­ti, che sostie­ne la per­so­na in un per­cor­so di cono­scen­za di sé vol­to a met­te­re in paro­la quel dolo­re pri­ma rap­pre­sen­ta­to dal­la depres­sio­ne o da un cor­po sof­fe­ren­te… per riac­cen­de­re quel­la scin­til­la di vita che scal­da l’animo e fa dire:

“E li cosa face­va? Sta­va. Abi­ta­va il suo cuo­re come una casa” (Vivian Lamar­que).

Fonte: depressione-psicoterapia.it